Invito il pubblico a riprendere persone mentre parlano in dialetto, e a spedirmi i video prodotti, in modo da formare una raccolta di valore etnolinguistico. Idee, indicazioni, suggerimenti su quali video girare, di quali argomenti parlare.
Ricapitolo quanto suggerito in altri punti del sito, con miei ricordi a fungere da esempi. Se ci si dimentica di dire qualcosa o si preferisce ripetere quanto già detto in un altro modo, si possono girare delle aggiunte, delle varianti, più versioni dello stesso video. L’importante qui è parlare, parlare, parlare.
Cognomi e nomi, soprannomi
Un video di presentazioni, in cui si coglie l’occasione per menzionare le forme dialettali di nomi e cognomi dei presenti, dei loro familiari, di amici, vicini di casa, conoscenti. Spesso le persone erano conosciute con dei soprannomi, e si possono citare anche quelli: ad esempio, mio nonno materno e i suoi fratelli erano i sagrinà.
Toponomastica locale e spicciola
Nome della casa di famiglia, se esiste, le informazioni e i ricordi che vengono alla mente man mano che si parla.
Ad esempio la casa in cui è nato mio padre era la Galeisa, ma la sua famiglia abitava a Case Carossi: la Galeisa apparteneva a Barba Batistin, e fu venduta, prima una metà poi l’altra, lo zio temeva che potesse verificarsi una frana o uno smottamento, una sbugia [zbydʒɐ]. Quando ero bambino ci sono stato, eravamo andati credendo di trovarvi ancora dei parenti. Sono poi stato a vederla almeno un’altra volta, insieme a mio padre, ed era disabitata. Poi l’ho vista da lontano, notando la differenza di canoni e proporzioni fra la parte più vecchia e quella costruita ai primi del novecento. In seguito è caduta in rovina, è stata acquistata da una famiglia australiana e ristrutturata, adibita ad agriturismo, ed ora è in affitto per soggiorni e vacanze.
La Galeisa prima e dopo la ristrutturazione. Foto dalla pagina Facebook.
La famiglia possedeva anche un’altra cascina, la Caudrin-a.
Dei nomi che vengono in mente si possono dare spiegazioni, se le si conosce. Ad esempio Galeisa potrebbe derivare dal cognome Galeis di un precedente proprietario, che in italiano potrebbe essere Gallese o Gallesio.
Vedete quante osservazioni vengono in mente, e quante parole e frasi portano con sé, già solo lasciando correre i ricordi?
Ovviamente, mentre si parla della casa di famiglia, di cascine e luoghi, conviene che il video mostri delle fotografie, se ne esistono. Queste si possono digitalizzare e salvare sulla chiavetta insieme ai video.
A questo punto si può allargare lo sguardo citando case e cascine del circondario, e generiche località dei dintorni – tutti i posti di cui si ricorda un nome. Si può andare a memoria, oppure prendere una cartina ed elencare l’equivalente in dialetto dei nomi di luogo che vi si incontrano: città, paesi, frazioni, cascine, corsi d’acqua; per poi passare a quel che la carta non riporta: nomi di prati, campi, vigne, stagni, sorgenti, colline, cime, bric, forme e caratteristiche del territorio, zone, strade, sentieri, vie, piazze.
Ad esempio nei dintorni di Chieri, ad un certo punto della Strada vecchia di Buttigliera (stra ’d Butiera veia) c’è un gruppo di cascine che la carta IGM chiama Bragardo, ma i locali Biogardo. Chi avrà ragione? Spesso l’IGM riporta erroneamente i nomi, e Biogardo mi rammenta caio - breialo sive bigardio delle glosse di Endlicher. Il luogo su una modesta altura avrebbe potuto ospitare in epoca altomedievale una recinzione fortificata, anche se bigardio avrebbe dovuto trasformarsi in biard secondo le mutazioni che portano al piemontese attuale, per cui il termine originale potrebbe essere proprio biogardo, e quello nelle glosse una variante o un’alterazione. Forse sì, forse no: nel tipo di video che invito a creare, un discorso come questo non importa sia esatto.
Come esempio di caratteristiche del territorio, in un articolo di qualche anno fa si raccontava che fra Chieri e Riva, quando pioveva molto si formavano delle distese d’acqua temporanee dette laiass.
Torino è Turin, Andezeno Andsen, Chieri è Cher per i chieresi ma qualcos’altro per gli abitanti dei paesi dei dintorni. A Chieri molte piazze e vie hanno nomi locali diversi da quelli della toponomastica celebrativa ufficiale, ad esempio Via Visca è su dla bala e Piazza Cavour il pian.
Mestieri dell’intervistato e dei presenti e relativa terminologia.
Ad esempio gli attrezzi impiegati. Oppure, il padre di un mio amico da giovane aveva fatto il falegname, e chiamava il legno di larice [muləzu]: variante o fraintendimento del [mələzu] che riportano i vocabolari.
Cucina e attrezzi da cucina, piatti, ricette
Nomi locali degli attrezzi da cucina: ad esempio, lo strumento altrimenti noto come scumoira è cassulera o cassulela?
Nomi di frutta e verdura, ed altri alimenti.
Piatti tipici e come si preparano: non solo bagna cauda ma ricette di famiglia e del paese. La focaccia chierese come la ricordo era diversa da come la si trova oggi nelle panetterie, che mi pare più simile a quella di Susa: era più schiacciata e meno convessa, e aveva degli intagli romboidali disposti in cerchio a formare una decorazione, che ne aumentavano la superficie glassata. Ce n’era anche una a forma di gallo.
In un documentario andato in onda su Rai Storia martedì 24 febbraio 2021, di primo pomeriggio, al minuto 32:45 una famiglia cucina carote e salsiccia: mio padre osservò che sono le stesse che si facevano a casa sua, e difatti anche lui le preparava spesso, tagliate proprio uguali. Pensavo fosse una sua ricetta personale, invece si tratta di un piatto tradizionale.
I video di cucina, specie se si sta preparando i piatti di cui si parla, sono tra i più interessanti.
Vita dei membri della famiglia, amici, conoscenti
Episodi, storie che si ricordano. Ad esempio mio padre soleva raccontare di un vecchio fucile, custodito da un parente, che avevano preso l’abitudine di far sparare quando lui tornava in visita al paese. Qualcuno sparò tenendo il fucile lontano da sé col braccio teso, per timore che esplodesse, e fu colpito in faccia dal calcio.
Talvolta accennava a quando aveva imparato a sciare sulle colline natie.
Mia madre raccontava che in visita a una compagna di scuola, di famiglia benestante, fu data a tutte per merenda una fetta di pane nero e una prugna. Anche durante la guerra in casa sua si mangiava pane bianco, che mia nonna riceveva dalle contadine a cui rimagliava le calze, così mia mamma le chiese: ma noi siamo milionari?
Oppure raccontava che il bisnonno faceva il carrettiere, e il cavallo aveva paura a passare sul ponte di Moncalieri che allora era di legno.
Nomi di animali, insetti, alberi, erbe
Questo genere di nomi presenta una variabilità sul territorio a macchia di leopardo, al limite del caos. Vi sono molti termini, disposti senza mostrare particolari continuità.
Ad esempio, dell’albero che in italiano è bagolaro (Celtis australis) conosco in piemontese i nomi guienda e suria, chissà quanti altri ce ne sono.
Dialetti particolari di membri della famiglia
e caratteristiche che di essi si ricordano. Mia mamma diceva “a steia”, mio padre “a staga”: pensavo fosse una contaminazione con il dialetto del suo paese, invece è torinese. Non è infrequente che le donne parlassero un dialetto più marcatamente locale mentre gli uomini, che andavano a lavorare fuori, più contaminato con quello di Torino o del capoluogo locale. Oppure, un mio amico delle medie conosceva parole che a casa mia non si usavano.
Parole particolari
Mia nonna una volta usò il termine garaon-a per indicare una baracca costruita dal dirimpettaio, suscitando ilarità per la vetustà del vocabolo.
A casa mia un ingordo era un groito, da un mio amico oiro.
Apparentemente il piemontese sfoggia una vasta varietà di termini per indicare un mezzo scemo, che in realtà possiedono un significato originario diverso. Ad esempio tartifla significherebbe “patata”.
Presumo che i numerosi vocabolari esistenti riportino ormai tutte le parole piemontesi note, ma è interessante vedere chi le ricorda, e soprattutto come le pronuncia, cosa che i vocabolari non possono registrare, perché in genere non riportano pronunce in alfabeto fonetico e comunque si focalizzano sul piemontese standard, piuttosto che sulle varietà regionali e locali.
Frasi, modi di dire, espressioni
Come esempi (in grafia standard):
a l’ha faj na giaca per dire “lo ha riempito di botte”;
aj é gieu ëd massess “c’è il rischio di ammazzarsi”;
lord pej dna sotola, lord ’me na sotola;
vardé j’oloch;
e così via.
Proverbi
Quanta popolare saggezza in questi detti!
“Quand ch’it l’ha pressa it va a caghé pi lontan.”
“Coi ëd Butjera a fan tre robe ënt un-a: a cago, a pisso, a vardo la lun-a.”
“Quand che Superga ha l’ha ël capel, o ch’a fa brut, o ch’a fa bel; quand che Superga ha l’ha nen d’aut’ tut, o ch’a fa bel, o ch’a fa brut.”;
“Furb ’me Griboia, che quand a piuvia a se scondia ënt j’arian-e.”
Non c’è grafia che possa rappresentare esattamente il modo in cui una certa persona di un dato luogo pronuncia una frase. Per questo è importante girare dei video prima che queste informazioni scompaiano.
Opinioni varie
Non abbiate paura a dir fuori dai denti anche cose poco politicamente corrette. Siamo alle soglie dell’estinzione, qualche sasso fuori dalla scarpa possiamo pure tirarlo! Dite quello che pensate, senza preoccuparvi se possa piacere o meno ad altri, me compreso.
Ad esempio una volta udii una vicina, discutendo con qualcuno, esclamare che ci sono troppi soldi. Pur ritenendo che, almeno per me, i soldi siano sempre troppo pochi, credo d’aver capito cosa intendesse, ma mi sarebbe piaciuto chiederle di approfondire la questione per udirla con le sue parole.
Ad esempio una mia opinione varia è che la grafia del piemontese andrebbe modificata in vista di una riforma linguistica, perché differisce da quella medievale, da quella dell’occitano e del francoprovenzale: le grafie dei dialetti infatti sono state in parte create a tavolino, ogni dialetto la sua, lasciandosi sfuggire l’occasione di fondare un sistema grafico coerente per le parlate dell’arco alpino e della pianura padana. Si è preferito evidenziare le differenze piuttosto che le somiglianze, senza immaginare che di lì a pochi decenni i vari dialetti avrebbero subito una drammatica perdita di parlanti, fino al punto che oggi o ci si salva tutti insieme o ci si estingue ognuno per conto suo.
È per via di questa convinzione che parole e frasi riportate in queste pagine talvolta seguono la grafia standard, e a volte no, a seconda del momento in cui le ho scritte: forse le ripasserò per uniformarle, forse no, ma vedrò di tornare sull’argomento.
Tir gan teanga, tir gan anam, ha detto il poeta irlandese Pádraig Pearse: terra senza lingua, terra senz’anima, e noi stiamo perdendo entrambe. Non diamo importanza alle nostre cose finché non sono scomparse e un intero mondo è perduto con loro: ma allora è troppo tardi.
Idee e suggerimenti sui video etnolinguistici che si potrebbero girare, esempi di cosa dire.
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